Anita Garibaldi: Eroina tra passato e presente

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Ana Maria de Jesus Ribeiro, meglio conosciuta come Anita Garibaldi. L’eroina dei due mondi che fece smarrire i sensi al valoroso generale Giuseppe Garibaldi. Un amore a prima vista quello terreno durò solo undici anni, ma la sua forza e profondità probabilmente lo farà brillare in eterno.

 

Dal testo delle "Memorie" di Garibaldi
«Restammo entrambi estatici e silenziosi, guardandoci reciprocamente, come due persone che non si vedono per la prima volta, e che cercano nei lineamenti l’una dell’altra qualche cosa che agevoli una reminiscenza. La salutai finalmente, e le dissi: “Tu devi esser mia”. Parlavo poco il portoghese, e articolai le proterve parole in italiano. Comunque, io fui magnetico nella mia insolenza. Avevo stretto un nodo, sancito una sentenza, che la sola morte poteva infrangere!». Parole "proterve" e insolenti davvero, se è vero - come pare esserlo - che quella bella diciottenne era una donna sposata!

Parole di Giuseppe Garibaldi che testimoniano l’esplosione di un amore straordinariamente intenso, dopo aver visto Anita per la prima volta attraverso un cannocchiale scrutando un villaggio della Laguna da bordo della sua nave. Garibaldi dopo quella splendida visione, volle sbarcare immediatamente, per mettersi alla ricerca di quella ragazza. La cercò inutilmente per ore, finché quasi sconfitto, un gentile abitante del luogo, lo invitò nella sua casa per una tazza di buon caffè. Aperta la porta, Garibaldi si trovò dinanzi quella ragazza alta, fiera, dai "grandi occhi neri", la visione che aveva affannosamente cercato. Secondo il suo stesso racconto, subito le disse spavaldamente in italiano: «Tu devi essere mia». Anita rapita dalla stessa passione, lasciò il marito al quale era legata da quattro anni e da quel dì (luglio del 1839), divenne la donna del generale Garibaldi, madre dei suoi figli e compagna di tutte le sue battaglie. Leggendo un piccolo libro di narrativa ho per l’appunto rispolverato la storia dei due storici amanti e per l’ennesima volta mi ha catturato e affascinato il potere del loro travolgente amore, cibo prelibato per sogni e fantasia. Immaginate Anita, una donna dal carattere impetuoso, indomabile, quasi selvaggio, che nel 1839, abbandona il marito, trasferendosi a bordo della nave capitanata dal suo grande amore, facendo vita da corsaro, combattendo sempre con gli uomini e come gli uomini, sostenendo il fuoco avversario, rischiando la propria vita per essere là accanto al suo lui. Il suo coraggio, quello di una vera eroina le fa superare ostacoli insormontabili, come la battaglia di Curitibanos (1840), dove Anita cadde prigioniera delle truppe imperiali brasiliane. Il comandante, colpito dalla sua forza, le concesse di cercare il cadavere del marito sul campo di battaglia. Anita, approfittando della distrazione delle guardie, afferrò un cavallo e fuggì. Si ricongiunse con il suo amatissimo Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande Do Sul. Sempre nel medesimo anno il 16 settembre, nacque il loro primo figlio, Menotti (nome dato in onore al patriota italiano, Ciro Menotti). Dodici giorni dopo il parto, Anita sfugge ad una nuova cattura. I soldati imperiali circondarono la sua casa, uccidendo gli uomini lasciati da Garibaldi a difesa e cercarono di catturarla. Ma, Anita con suo figlio nato da pochi giorni, riuscì a fuggire a cavallo rifugiandosi nel bosco, rimanendo nascosta per quattro giorni, senza viveri, con un neonato da allattare, finché Garibaldi e i suoi la trovarono. Ma l’avventura più impegnativa fu quella del 1849, Anita era di nuovo in combattimento, aveva tre figli (la seconda figlia Rosita nata nel 1843 morì all’età di due anni), ed era al quarto mese di gravidanza. Il 9 febbraio partecipò a Roma alla proclamazione della Repubblica Romana, che ebbe vita breve. Gli eserciti francese e austriaco attaccarono la città eterna per ridare potere al papato. I garibaldini diedero vita ad un’eroica resistenza, respingendo gli assalti quartiere per quartiere, per molti giorni. Ma la superiorità di uomini e mezzi a disposizione delle forze avversarie fu schiacciante. L'ultimo scontro sostenuto nella zona del Gianicolo fu decisivo, Garibaldi e i suoi uomini furono costretti a ritirarsi. “Trafila” è il nome della fuga che costringerà i Garibaldini in una marcia forzata attraverso mezza Italia. Essi, si sparpagliarono su strade diverse per sfuggire ai soldati austriaci e la polizia papalina. Garibaldi rimase solo con Anita e con il fedelissimo Capitano Leggero. Mirarono a raggiungere Venezia, l'unica repubblica ancora libera dagli eserciti delle potenze imperiali europee. Ma per Anita al quinto mese di gravidanza, quella fuga, a piedi, a cavallo, attraverso montagne e fiumi, fu un calvario. Le sue condizioni di salute peggiorarono precipitosamente. Nelle valli di Comacchio si consumò la tragedia. La donna perse conoscenza. Garibaldi e Leggero, pur braccati dai nemici, caricarono Anita su una piccola barca e la trasportarono nella fattoria del patriota Guiccioli a Ravenna, dove un medico, constatò il suo trapasso.

Dal testo delle "Memorie"di Garibaldi
Essa è morta! Io infelice! «Sperando ancora di rivederla in vita io, stringeva il polso d’un cadavere: e piangevo il pianto della disperazione!

Alla morte di Anita, si racconta che Garibaldi piangesse stringendo nelle mani il polso di lei e non volesse abbandonarla. A fatica il fedelissimo Leggero lo convinse a riprendere la fuga e a mettersi in salvo prima dell'arrivo della polizia papalina e dei soldati austriaci. «Generale, dovete farlo. Per i vostri figli, per l'Italia...»

Ella morì il 4 agosto 1849 all’età di ventotto anni. La sua avventura sentimentale, umana e storica accanto a Giuseppe Garibaldi durò appena undici anni. La vicenda terrena di Anita e Garibaldi, presenta aspetti che sembrano sconfinare nel romanzesco, il temperamento, il coraggio e l’amore immenso dei due fanno ancora sperare distanza di centocinquanta anni circa nella forza dell’unione.

Note informative
Le spoglie di Anita Garibaldi nel 1932, furono definitivamente deposte nel basamento del monumento equestre eretto in suo onore sul Gianicolo, a Roma, la città per la cui difesa Anita morì.
Esiste solo un ritratto di Anita Garibaldi dipinto dal vero da un pittore genovese in America Latina, gli altri ritratti che raffigurano la donna, furono dipinti "a memoria", e soprattutto contenevano elementi idealizzati, "manierati" ed "europeizzati" al fine di inserire la moglie di Garibaldi in una cornice più borghese e tranquillizzante.

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