
di Marina Stoppani •
Grandi progressi sono stati fatti nella ricerca di impronte digitali. Oggi si fa scorrere sulle superfici da analizzare un raggio laser che rende fluorescenti e visibili le tracce, oppure si usa la ninidrina, sostanza che diventa rossastra a contatto con gli aminoacidi presenti nelle secrezioni delle dita. Per trovare impronte in un'autovettura vi si immettono invece vapori di ciano acrilato scaldato a 100°C che reagisce con gli oli lasciati dalla pelle umana e li fa apparire come chiazze bianche. Ma come interpretare le impronte rinvenute? 8 milioni e 600mila cartellini dattiloscopici memorizzati. 4 milioni e mezzo di persone schedate. Il tutto conservato in formato elettronico negli uffici della scientifica. È l'Afis (Automated fingerprint identification system), il sistema digitale basato su scanner e sensori utilizzato per immagazzinare il più velocemente possibile impronte digitali e altri dati. E per confrontarli con quelle di soggetti registrati per motivi di sicurezza. Del resto, se è vero che c'è solo una probabilità su 4 miliardi che le impronte di due persone abbiano 16 punti caratteristici identici e una su 17 miliardi che esistano due individui con le impronte del tutto identiche, è fondamentale un database centrale.