
di Daniela Romano •
Fino a qualche decina di anni fa, la parola Alzehimer restava sconosciuta a molti. Una malattia difficile da diagnosticare, da riconoscere ma soprattutto da gestire. Aggressività, agitazioni, allucinazioni, sovrastano l’ammalato rendendolo spesso incapace di gestire la sua vita. Vittime di questo male soprattutto parenti e persone vicine. Per anni la medicina si è interrogata sulle cure preventive, ma raramente è arrivata una reale risposta a chi personalmente ha combattuto con questa patologia. Nel nostro Paese sono ormai 600.000 le vittime, in crescita al ritmo di 150.000 nuovi casi ogni anno. Chi si ammala di Alzheimer perde man mano il contatto con il mondo: dimentica il nome degli oggetti, non riconosce le persone più care, vorrebbe parlare ma non sa più come. Una malattia che a poco a poco distrugge l’identità della persona, rendendola incosciente di fronte ad una vita che non sembra più appartenergli. Un susseguirsi di fasi, che si alternano tra loro passando dalla violenza alla dolcezza infantile, dalle parole al silenzio, dal sorriso alla sofferenza. Una realtà che si sgretola ogni giorno sul malato ma soprattutto di chi passivamente non può fare altro che assistere ad un decorso di vita difficile da accettare. Le terapie scarseggiano, ma un aiuto per affrontare alcuni aspetti della malattia può arrivare da strategie alternative di sollievo per alcuni sintomi e disagi. Le terapie soft, non farmacologiche, si sono dimostrate efficaci per aiutare i pazienti con Alzheimer, i sintomi possono ridursi fino al 60 per cento grazie alla compagnia di una bambola o di cuccioli: migliora l'alimentazione dei pazienti, diminuisce lo stress, mentre l'ascolto della musica riduce l'ansia e la depressione dei malati. I buoni risultati possibili con le cure non farmacologiche dell'Alzheimer sono stati discussi dagli esperti riuniti per il decimo Congresso dell'Associazione Italiana di Psicogeriatria, a Gardone Riviera in provincia di Brescia. “I farmaci per la cura dell'Alzheimer possono solo rallentare la progressione dei sintomi - spiega Marco Trabucchi, presidente dell'Associazione Italiana di Psicogeriatria - Si sono quindi diffusi approcci di medicina alternativa, che hanno resistito alla prove di efficacia e vanno sempre più conquistandosi uno spazio tra le cure accettate a tutti i livelli". Secondo uno studio in via di pubblicazione su Aging and Mental Ealth, condotto dal gruppo di ricerca Geriatrica di Brescia coordinato dal prof. Trabucchi, la musica funziona come una sorta di 'chiave' per accedere alle emozioni dei malati: riduce l'ansia, la depressione e i disturbi comportamentali dei pazienti. Sull'aggressività, l'agitazione, le allucinazioni la musica può essere perfino più efficace dei farmaci, senza però alcun effetto indesiderato. Resta il fatto che per una patologia così complicata da gestire nei suoi tempi (molto lunghi),e nelle sue fasi, non è la medicina a poter fare molto, ma la coscienza e l’affetto di chi con gli occhi dell’amore guarda alla vita dell’ammalato.