
di Nicole Picard •
Il prossimo 30 luglio approderà alla Camera uno dei più controversi decreti degli ultimi anni: il DDL sulle intercettazioni, meglio conosciuto come "LEGGE-BAVAGLIO"
Scioperi, manifestazioni proteste e appelli si sollevano da molti mesi con lo scopo di far indietreggiare il Parlamento poiché questo decreto, così com'è stato concepito, arrecherà notevoli danni e disagi nel mondo giudiziario e limiterà drasticamente la libertà d'informazione impedendo, di fatto, il diritto alla verità che è patrimonio di ogni cittadino.
Il messaggio che gli accesi sostenitori del testo intendono far passare è che il disegno di legge vuole rispondere alle preoccupazioni, per il processo giuridico e il diritto alla privacy, relative alle implicazioni nascenti dalla pubblicazione delle informazioni intercettate.
Ma analizzando punto per punto i cambiamenti che avverranno, sia nell'ambito giudiziario sia in quello dell'informazione, si scopre all'istante la lucciola che vogliono far passare per lanterna.
Attualmente se il giornalista pubblica delle intercettazioni, su cui pende il segreto istruttorio, rischia un mese di carcere (o 281 euro di ammenda). Nessuna multa è prevista per gli editori.
Con le norme future il giornalista non può più pubblicare atti delle inchieste in versione integrale fino al termine dell'udienza preliminare. Gli atti delle indagini, invece, potranno essere pubblicate solo con un riassunto. Le intercettazioni non potranno essere pubblicate né integrali né in forma di riassunto fino al processo. Nel caso in cui violasse questa regola il giornalista rischierebbe un mese di carcere (evitabile con una multa di 10 mila euro).
Gli editori invece rischiano una multa di 300 mila euro se pubblicano brani testuali d'intercettazioni, 450 mila euro se si tratta di intercettazioni di persone estranee ai fatti.
Inasprimento della punizione anche le "talpe". Oggi chi passa alla stampa intercettazioni o atti coperti dal segreto istruttorio rischia fino a un anno di carcere. Con le nuove norme si arriverà a un massimo di pena di sei anni.
Proibito registrare una conversazione di nascosto, (come ha fatto la escort Patrizia D'Addario o come fanno spesso programmi televisivi come Striscia la notizia e Le Iene).
Queste registrazioni saranno permesse solo a giornalisti professionisti e pubblicisti, o se c'è di mezzo la sicurezza dello Stato. Per tutti gli altri carcere da sei mesi a quattro anni.
Altrettanto pesanti le limitazioni imposte alle indagini condotte dai pm.
Oggi per mettere sotto controllo l’utenza telefonica di un sospettato ci vuole l'autorizzazione di un magistrato. Con le nuove norme potranno essere intercettate solo le persone su cui pendano gravi indizi di colpevolezza e solo per alcuni reati puniti con più di cinque anni di reclusione: mafia, terrorismo, sequestro di persona, stalking.
Attualmente i telefoni possono essere messi sotto controllo per tutta la durata delle indagini preliminari. Il ddl limiterà il termine a settantacinque giorni, prorogabili di tre giorni in tre giorni, quaranta giorni per i reati più gravi.
Oggi gli investigatori possono piazzare microfoni in luoghi pubblici e privati, fino alla fine delle indagini. Con la nuova legge niente più microfoni piazzati in casa o in auto. Le cimici saranno consentite al massimo per tre giorni, prorogabili per altri tre.
Le nuove regole si applicheranno anche ai processi in corso. Quindi, se nell'ipotesi dell'accusa di processi già avviati fossero state raccolte delle prove a carico degli imputati con intercettazioni e registrazioni ambientali regolarmente autorizzate con le vecchie regole, non avrebbero alcun valore, qualora fossero fuori dal tetto dei settantacinque giorni per le prime e dei tre giorni per le seconde.
Oggi il pm può andare in tv a parlare dell'inchiesta di cui è titolare. Il ddl vieta anche questo. Non solo. Niente più telecamere neppure durante i processi pubblici. In futuro servirà il consenso del presidente della corte d'appello, invece della semplice autorizzazione del giudice che presiede l'udienza in questione.
Questi sono alcuni dei punti salienti del testo sulle intercettazioni. Basta poco per capire che si tratta di una riforma preoccupante che limiterà notevolmente la possibilità per le forze dell'ordine e la magistratura di individuare gli autori di reati di particolare allarme sociale e impedirà agli organi d’informazione di pubblicare notizie riguardo a inchieste e indagini della magistratura, ostacolando il giornalismo investigativo su questioni d’interesse pubblico, quali la corruzione.
Anche una nota dell'European Writers Council, la federazione che raccoglie sessanta sindacati degli scrittori di trentatré paesi, esprime "profondo sconcerto" sul ddl. Che, se approvato, metterebbe "in discussione la libertà d'informazione e d'espressione in Italia". E l’ONU, in una relazione di qualche giorno fa, chiede di rivedere, se non sopprimere, il ddl perché “se adottato nella sua forma attuale può minare il godimento del diritto alla libertà di espressione in Italia”. Insomma, l’inquietudine si solleva anche da organismi internazionali.
Nelle ultime settimane sono stati presentati circa seicento emendamenti al testo. Di questi gli ultimi undici sono stati proposti lo scorso giovedì. Se dovessero passare smorzerebbero, anche se in minima parte, questo funesto disegno di legge. Vedremo.
Assodato che è difficile contrastare un sistema che protegge esclusivamente i propri interessi quando è al potere, dimenticandosi del bene comune, resta il fatto che la sicurezza e il diritto di sapere sono prerogativa di ogni cittadino di uno stato democratico. Queste sono, già di per sé, delle valide ragioni per sfidarlo.