Dentro l'onda

di Maria Sabina Perfetto •


Colloquio con Alessandro Polidoro, rappresentante d'Istituto del Liceo Classico Antonio Genovesi di Napoli, occupato dagli studenti lo scorso due dicembre. Mi ha impressionato lo spirito di questi ragazzi che appaiono fortemente consapevoli della protesta che stanno attuando e determinati a ottenere un dibattito aperto con le istituzioni.


Innanzitutto parliamo dei motivi dell’occupazione.
In un confronto all’interno del movimento cittadino, un coordinamento che conta ventiquattro scuole coinvolte attivamente, ci siamo resi conto che bisognava riportare l’attenzione sui problemi scolastici a livelli nuovamente alti. Da un lato per richiamare all’attenzione dell’opinione pubblica su questo tema e dall’altro per risvegliare le coscienze degli studenti sfiduciati dall’esito delle proteste dello scorso anno e che hanno deciso di smettere di lottare. Intanto la riforma scolastica va avanti e continua ad attuare un piano per danneggiare l’istruzione. La qualità della formazione scolastica si va progressivamente svalutando, la scuola sta subendo dei tagli indiscriminati. Si tagliano le spese ma in realtà si sta tagliando il nostro futuro. Non c’è concesso lo sviluppo di una coscienza critica. Per questo noi studenti siamo tristi e demoralizzati, gli stessi insegnanti cinicamente ci ripetono che le nostre ideologie non cambieranno il mondo. Questo non lo possiamo accettare.
Non solo. L’occupazione scolastica ci permette di utilizzare questo spazio in maniera autonoma per confrontarci apertamente sui temi che ci riguardano.

Perché l’Italia è il paese europeo con la più alta percentuale di occupazioni scolastiche?
Perché in altri paesi quando ci sono dei cambiamenti che vanno a discapito della società civile tutto il paese interessato si ferma.
Vedi quel che succede in Francia, o in Germania ad esempio. La partecipazione alla vita sociale è sentita, a differenza di noi italiani che abbiamo un concetto un po’ diverso della parola “cittadino”.
Giorgio Gaber diceva che “la libertà è partecipazione”. Ecco noi studenti lo sappiamo bene. E l’abbiamo dimostrato.

 

Quindi secondo voi per dare risalto alle proteste l’occupazione è un rito obbligato? Non si corre il rischio di deresponsabilizzare gli adulti?
Non è un rito obbligato, anche se è il metodo più sfruttato. Certo siamo consapevoli che diamo l’idea che stiamo perdendo tempo, che occupiamo per non far niente. Ma non è così. L’occupazione è l’unico modo per destare l’attenzione degli adulti, a partire dai nostri stessi docenti. E’ l’unico mezzo che può suscitare interesse. Se non occupiamo le scuole nessuno si preoccupa di quello che stiamo facendo e perché lo stiamo facendo.
Tra l’altro durante l’occupazione teniamo dei corsi, come quelli di oggi, ad esempio, che hanno avuto come tema l’analisi della crisi economica e l’analisi della riforma. I ragazzi partecipano e si confrontano. Poi c’è un alto senso di collaborazione e condivisione, a partire dalla manutenzione della struttura scolastica, che viene gestita e tenuta pulita.

 

Quali potrebbero essere le basi per un dibattito concreto?
Partiamo da un dato certo: noi non vogliamo demolire, vogliamo semplicemente costruire. Siamo guidati dal senso civico che parte dallo scopo primario della scuola: quello di creare dei cittadini. Dei cittadini di qualità. Ma gli studenti non sono riconosciuti come parte attiva in questo paese, non siamo soggetti politici. Pertanto per manifestare il nostro pensiero siamo costretti a gesti clamorosi come le occupazioni.


Ma l’occupazione non è più vista dalla società come un gesto eclatante. Vi siete confrontati su quest'argomento?
Certo. Ci siamo accorti che occupare gli edifici scolastici non desta più sorpresa nell’opinione pubblica. Tuttavia siamo fermamente convinti che se pur non ci giovi dal punto di vista mediatico, rimane comunque un modo per rendere le nostre scuole più aperte. Aperte al dialogo. Alla formazione. Anche se non prettamente didattica.
Anche se dall’esterno si stenta a crederlo noi non prendiamo la scuola in ostaggio. Sfruttiamo semplicemente quest’occasione di lotta per condividere a modo nostro la scuola, per crescere e sviluppare capacità critiche. Formare coscienze. Le nostre occupazioni tentano di creare un contenuto.


Il ministro Gelmini ritiene che non è protestando che si ottengono i risultati ma rimboccandosi le maniche e lavorando. Cosa ti senti di rispondere?
Di che lavoro parla il Ministro? Del programma didattico o della formazione dei cittadini del futuro di cui tanto si vanta? Demolire la scuola significa creare dei cittadini che avranno una preparazione che li poterà a chiedersi solo chi sarà eliminato al Grande Fratello.
Il Ministro Gelmini parla di un confronto? Ma quale confronto? Lei va in TV, entra nelle case degli italiani, le vengono concessi quaranta minuti e dice la sua senza un interlocutore, senza un contraddittorio. L’anno scorso, la manifestazione del 30 ottobre ha raccolto circa 2.000 studenti. Ma i nostri numeri non fanno alcun effetto al governo perché questo governo non ha paura dei numeri. Difatti nulla è accaduto. Hanno contato le teste dei partecipanti ma nessuno si è preoccupato di capire quali pensieri circolavano in quelle teste.

 

L’occupazione è un sistema illegale. Eppure la scuola dovrebbe essere una palestra di democrazia e sviluppare e garantire la legalità verso se stessi e verso gli altri. Non c’è contraddizione quando si occupa illegalmente un edificio pubblico?
Il concetto di legalità è molto duttile, ed è sotto gli occhi di tutti in questo momento. Nelle sale dei tribunali c’è una bella targa che cita “la legge è uguale per tutti”. D’accordo, ma allo stato attuale sembra che la legge è uguale per tutti tranne che per cinque cittadini. Una società senza legge non è civile, lo sappiamo bene. Ma noi non stiamo adoperando violenza, non facciamo niente di dannoso. Bisogna comprendere le dinamiche. L’occupazione è illegale quando lo spazio occupato viene danneggiato, quando se ne fa un cattivo uso.
Durante la nostra occupazione lo spazio scolastico viene utilizzato concretamente sfruttando al meglio quello che abbiamo nella struttura, nel rispetto di essa.


Secondo te quanti studenti che occupano in questo momento l’edificio sentono una partecipazione consapevole e motivata?
Naturalmente molti di noi vivono pienamente e in modo partecipativo e profondo l’occupazione. Un bel gruppo si occupa del servizio d’ordine e della pulizia. Altri dei corsi. Tutti siamo spinti da una coesione che nasce dalla consapevolezza che stiamo realizzando qualcosa. I risultati sono molto positivi in questo senso. Ieri abbiamo tenuto un’assemblea alla quale hanno partecipato circa 200 studenti. Oggi erano molti di più. Una cosa del genere, a scuola non occupata, sarebbe stato difficile ottenerla.
Certo ci sono ragazzi che preferiscono occupare il letto piuttosto che venire a scuola e partecipare attivamente. Ma ciascuno è libero di crescere come vuole.

Per finire, a chi serve veramente l’occupazione scolastica?
Serve a noi che cerchiamo di interpretare le informazioni che ci circondano e che abbiamo la capacità di indignarci, perché questo fa la differenza.
Serve al movimento studentesco per permettergli di manifestare il proprio dissenso. Serve per evitare che in futuro il processo di Cogne abbia più risalto del Processo Breve.
Stiamo correndo dei grossi rischi, è bene che le nuove generazioni sappiano riconoscere il pericolo.
Noi siamo il futuro, voi il presente. Voi che state facendo per lasciarci un futuro diverso dal presente che state vivendo voi?
L’occupazione dunque serve a noi che ci stiamo formando e a voi che state a guardare. Per indurvi a riflettere.

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