
Prof. Sandro Pignata •

La femminilità della donna viene messa a dura prova durante le cure oncologiche, abbiamo a tal proposito rivolti alcune domande al Prof. Sandro Pignata, Direttore Oncologia Medica Dipartimento Uro-Ginecologico Istituto Nazionale Tumori Fondazione G. Pascale, Napoli.
Nella qualità di vita di una paziente oncologica entrano in gioco fattori quali il rapporto con la propria femminilità, l’immagine di sé, il non sentirsi diverse: qual è il ruolo dell’oncologia nel garantire alle pazienti una buona qualità di vita?
La paziente oncologica affetta da neoplasia ginecologica presenta problematiche maggiori rispetto ad altre pazienti oncologiche: le patologie ginecologiche incidono sulla femminilità e sulla capacità di procreare. L’oncologo ha un ruolo importante nella scelta dei trattamenti: nella pratica clinica e nell’attività di ricerca vanno privilegiate strategie terapeutiche meno devastanti. Per quanto riguarda i trattamenti chirurgici, molte evidenze indicano che in diversi casi è possibile effettuare una chirurgia conservativa, più rispettosa dell’integrità fisica della paziente. In merito alle terapie mediche, oggi, più che in passato, sono disponibili farmaci con effetti tossici minori; la ricerca scientifica ha fatto molti sforzi in questo senso, confrontando i nuovi trattamenti con quelli più tradizionali allo scopo di verificarne la pari o superiore efficacia e il profilo di tossicità. Un esempio è la doxorubicina liposomiale peghilata che a fronte di un’efficacia sovrapponibile a quella della doxorubicina standard evidenzia un miglior profilo di tossicità ossia una minore cardiotossicità, mielosoppressione ed alopecia. Recentemente importanti studi (CALYPSO e MITO II) sono a testimonianza del buon profilo di tollerabilità di questo trattamento indicato nel carcinoma ovarico recidivato e nel carcinoma della mammella metastatica.
La centralità della qualità di vita nelle pazienti oncologiche per consentire alle donne di ritrovare la propria immagine. Quanto la strategia terapeutica contribuisce, e come, al raggiungimento di questo obiettivo?
La strategia terapeutica è una strategia a 360 gradi che comprende la terapia medica, la chirurgia e le terapie di supporto che possono ridurre, o comunque contenere, gli effetti delle terapie mediche e la tossicità dei trattamenti chemioterapici. È per questo che viene molto curato l’aspetto psiconcologico che mira ad aiutare la paziente a gestire il rapporto di coppia, la propria sessualità e la propria immagine.
Perché la qualità di vita, specie nei tumori femminili, ha assunto un’importanza maggiore che in passato? E come può essere salvaguardata, oltre che con terapie mediche e chirurgiche meno aggressive?
La necessità di guardare alla qualità di vita delle pazienti oggi è più sentita che in passato perché per molte neoplasie femminili sono disponibili numerosi trattamenti medici e chirurgici che tendono ad ottenere una cronicizzazione della malattia. Per promuovere la qualità di vita, all’oncologo si affiancano molteplici figure professionali che si occupano dei diversi aspetti che impattano sulla qualità di vita. Lo psiconcologo, l’oncologo, il riabilitatore, i volontari delle associazioni, rappresentano un vero e proprio team oncologico che si prende cura della paziente, e della sua qualità di vita.
Perché la qualità di vita, specie nei tumori femminili, ha assunto un’importanza maggiore che in passato? E come può essere salvaguardata, oltre che con terapie mediche e chirurgiche meno aggressive?
La necessità di guardare alla qualità di vita delle pazienti oggi è più sentita che in passato perché per molte neoplasie femminili sono disponibili numerosi trattamenti medici e chirurgici che tendono ad ottenere una cronicizzazione della malattia. Per promuovere la qualità di vita, all’oncologo si affiancano molteplici figure professionali che si occupano dei diversi aspetti che impattano sulla qualità di vita. Lo psiconcologo, l’oncologo, il riabilitatore, i volontari delle associazioni, rappresentano un vero e proprio team oncologico che si prende cura della paziente, e della sua qualità di vita.
Lo studio MITO-2 è uno degli studi clinici indipendenti più importanti nel panorama scientifico internazionale. Il trial, multicentrico e interamente italiano, coordinato da Sandro Pignata, ha arruolato più di 800 pazienti con carcinoma dell'ovaio dal I al IV stadio, sottoposte a trattamento chemioterapico in I linea che vedeva una randomizzazione a due bracci. Le pazienti nel braccio standard hanno assunto la combinazione carboplatino e taxolo mentre quelle del braccio sperimentale sono state trattate con carboplatino e doxorubicina liposomiale peghilata. Lo studio è stato disegnato per verificare la superiorità del braccio sperimentale in termini di sopravvivenza libera da progressione. I risultati definitivi non sono ancora disponibili. È stato però anticipato il rapporto tra i due bracci e se i due trattamenti sembrano perfettamente sovrapponibili in termini di risposte obiettive, i due profili di tossicità sono invece completamente differenti. Nel braccio sperimentale – carboplatino e doxorubicina liposomiale peghilata – si è notata maggiore anemia e neutropenia, tossicità non clinicamente rilevanti, ma sono stati riscontrati in misura molto ridotta problemi di alopecia e neurotossicità, caratterizzanti invece il braccio standard. Se i risultati in termini di sopravvivenza libera da malattia venissero confermati, sulla base del MITO-2 emergerebbe una valida alternativa e un'arma importante per la terapia del carcinoma ovarico in I linea.
Lo studio CALYPSO: più sopravvivenza, minore tossicità sul fronte delle ricadute
Lo studio CALYPSO, coordinato dal gruppo francese GINECO, ha arruolato 976 pazienti in tre anni, coinvolgendo 40 centri nei 4 Continenti. Lo studio randomizzava pazienti con recidiva platino-sensibile di tumore dell'ovaio a ricevere alla recidiva un trattamento standard costituito da carboplatino
e taxolo e nel braccio sperimentale una combinazione di carboplatino e doxorubicina liposomiale peghilata. Lo studio, disegnato come uno studio di non inferiorità, ha dimostrato però addirittura un vantaggio in termini di sopravvivenza libera da progressione del braccio sperimentale di circa 2 mesi. È un risultato notevole, tenuto conto anche del profilo di tossicità del braccio sperimentale che rispetto al braccio standard dà meno alopecia e meno neurotossicità, molto invalidanti per la paziente. Questo studio, il più grande mai condotto in pazienti platino-sensibili con recidiva di carcinoma dell’ovaio, dimostra che il regime carboplatino e doxorubicina liposomiale peghilata non è inferiore in termini di sopravvivenza libera da malattia rispetto allo standard carboplatino e taxolo. Il braccio sperimentale ha evidenziato una migliore tollerabilità con un minor numero di eventi avversi di grado severo – soprattutto, reazioni di ipersensibilità da carboplatino – e di possibili tossicità a lungo termine, in particolare, neuropatia periferica. Nelle donne arruolate nel braccio sperimentale comprendente doxorubicina liposomiale peghilata, sono risultate decisamente meno frequenti l’alopecia (7 contro 84%), la neurotossicità (5 contro 28%) e le reazioni allergiche al carboplatino (5 contro 19%). Effetti collaterali fondamentali, che possono avere un impatto assai negativo sulla qualità di vita e portare addirittura ad un’interruzione del trattamento. I dati dimostrano la possibilità di un'alternativa efficace e tollerabile al platino-taxolo per il trattamento delle pazienti con recidive di tumore ovarico platino-sensibile.