di Aidy Stella Peluso •
In pochi sanno che le camicie rosse che resero famoso l'Eroe dei due mondi, furono acquistate da Garibaldi nel 1843 in una svendita di camiciotti rossi destinati ai lavoranti del mattatoio. Non tutti credono che Garibaldi fu l'eroe raccontato dai libri di stroria, anzi, alcuni bisnonni iti già da un tot, ne raccontavano “peste e corna”, a differenza dell'americano Henry Tuckerrnan che incontrò Garibaldi nel 1850, rimanendo colpito dai «suoi modi calmi e pacati» e dal fatto che, nei gesti e nell'aspetto, assomigliasse più a un inglese che a un italiano e Louise Colet, una giornalista francese che lo intervistò nel 1860, ella allora scrisse che l'eroe dei due mondi aveva “un sorriso dolcissimo” e ricordava nei lineamenti “il Cristo dei grandi pittori italiani”. Garibaldi risulta la figura più carismatica e popolare del nostro Risorgimento, uno dei pochi italiani che hanno conquistato fama e onori in tutto il mondo. Lupo di mare, corsaro, guerrigliero, gaucho e generale, l'Eroe dei due mondi ebbe una vita a dir poco avventurosa e romanzesca.
Un concentrato d'uomo
Garibaldi era alto solo 1,66, una statura nella media ottocentesca. Aveva spalle larghe, fisico muscoloso e gambe arcuate. Il suo viso era inconfondibile, aveva una chioma bionda e leonina, una barba lunga e folta dal colore biondo rossiccia, gli occhi dallo sguardo limpido erano del colore castano-chiaro. Garibaldi era un uomo forte, atletico, molto agile. Il garibaldino Giuseppe Guerzoni ricorda che “nuotava, cavalcava, saltava, si arrampicava, tirava di carabina, sciabola e pugnale con molta maestria”. In Sudamerica imparò a usare le bolas, una specie di lazo con due palle di ferro, con cui catturava i cavalli bradi che sapeva domare come un vero gaucho.
Camicie rosse in saldo
In pace e in guerra Garibaldi indossava una camicia rossa, un fazzoletto al collo e un poncho bianco o grigio. Anche i suoi volontari indossavano la stessa giubba colorata tanto da venir soprannominati "Camicie Rosse".
La caratteristica divisa dei garibaldini nacque per uno strano caso, nel 1843, quando Garibaldi, al comando della Legione italiana in Uruguay, cercava una divisa per i propri volontari, ma aveva pochi soldi per acquistare vere uniformi. Un'azienda di Montevideo fece una svendita di camiciotti destinati ai saladeros (i lavoranti dei mattatoi) e fabbricati in un rosso squillante perché il sangue degli animali macellati li macchiasse il meno possibile. Garibaldi spuntò un ottimo sottocosto e "camicia rossa" fu.
La fama internazionale
Da vivo Garibaldi fu una leggenda in Europa e America: nell'Ottocento, fu l'italiano più celebre al mondo; basti pensare che, nel 1860, per aiutare la Spedizione dei Mille, il colonnello americano Colt gli inviò dalla lontana New York un centinaio dei suoi mitici revolver. Nel 1861, a Spedizione conclusa, il presidente degli Usa Lincoln gli offrì il comando dell'esercito nordista nella Guerra di Secessione; l'eroe rifiutò perché gli statunitensi non avevano ancora abolito la schiavitù. Ebbe molti ammiratori tra i più celebri scrittori, come Charles Dickens, Fiodor Dostoevskij, Alexandre Dumas (anche caro amico), Victor Rugo. Nonostante l'esaltazione di cui fu oggetto in vita, la tomba di Garibaldi, a Caprera, fu semplicissima: una lastra di granito grezzo di 3 tonnellate su cui venne incisa la stella dei Mille e una sola parola, Garibaldi. Nessuna data, nessuna epigrafe, neppure il nome di battesimo. Garibaldi poteva bastare.
Un abile seduttore
Garibaldi piacque sempre molto alle donne, da giovane per la prestanza fisica, in età avanzata per l'aura di leggendario condottiero che lo avvolgeva. Le donne gli cadevano ai piedi nonostante l'eroe non avesse né il gusto né la pazienza di corteggiarle, era uno che andava "subito al sodo". La giovane e avvenente contessa Maria Martini della Torre, che non lo aveva mai visto ma conosceva le sue gesta, gli scrisse nel 1854 una breve lettera: “Sarò cosa vostra”, e così fu. Garibaldi ebbe molte corteggiatrici aristocratiche europee, ma non se ne inorgoglì mai, tanto più che non era a caccia di dote e non amava il lusso. Dopo il clamoroso successo della Spedizione dei Mille, ricevette migliaia di lettere dalle sue ammiratrici; Lady Shaftesbury gli scrisse una missiva pregandolo di inviarle una ciocca dei suoi capelli.
L' eroe rispose che non ne aveva più per l'esagerato numero di simili richieste che aveva ricevuto da tutta Europa e la pregò di pazientare fino a che la chioma gli ricrescesse.
I suoi tre matrimoni
Garibaldi si sposò tre volte."Aninha Ribeiro da Silva, detta Anita, era una bellissima diciottenne brasiliana sposata. Anita era alta, bruna, prosperosa e con due fantastici occhi neri. I due furono folgorati dall'amore, così Anita abbandonò il marito e fuggì con lui nel 1839. I due amanti si sposarono nel 1842, ed ebbero tre figli. Lei lo seguì ovunque e lo amò senza mai nascondere una morbosa gelosia. Quando morì in Italia, nel 1849, Garibaldi singhiozzò a lungo disperato. Il secondo matrimonio fu sfortunatissimo. Nel 1859, Garibaldi fu sedotto dalle giovani e già esperte grazie della diciassettenne marchesina comasca Giuseppina Raimondi.
La sposò (dopo essere stato a letto con lei) il 24 gennaio 1860; poche ore dopo le nozze, l'eroe ricevette una lettera in cui si svelava che la marchesina lo aveva preso in giro: era incinta del suo amante storico, Luigi Cairoli.
Alla conferma dell'insinuazione, i due sposi s'insultarono: “Puttana”, “Siete un soldato brutale”, così si lasciarono per non rivedersi mai più. La terza moglie, che lo curò in vecchiaia, fu una giovane e robusta contadina analfabeta, la piemontese Francesca Armosino che gli diede tre figli.
Le sue passioni
Garibaldi coltivò sempre due passioni: il gioco della dama e le battute di caccia e pesca. A suo modo fu un "animalista", egli amava molto i cani, infatti qualcuno fece battaglia con lui, si prese sempre cura dei cavalli su cui montava in guerra e non sopportava gli uccellini in gabbia.
La sua casa
L'eroe comprò un vasto appezzamento a Caprera nel 1855 e divenne l'unico proprietario dell'isola nel 1865, grazie alla donazione di alcuni ammiratori. Nel tempo, trasformò il suo "nido" in una grande fattoria in cui scorrazzavano liberi i cavalli che aveva montato in guerra, tutti battezzati con i nomi delle sue storiche vittorie (Marsala, Calatafimi e Volturno), e alcuni asini, battezzati invece con i nomi di chi gli stava odioso: "Pio IX", "Farini", "Napoleone III".
Non amava stare a tavola
A tavola era molto frugale: astemio e mangiava poco. La sua cena ideale era un pomodoro condito con olio e sale e un po' di cacio, ma non poteva sopravvivere senza caffè.
Le gesta di un uomo d'azione
1807 Nasce a Nizza, il 4 luglio.
1837 Combatte per mare, come corsaro, per la repubblica del Rio Grande do Sul che lotta per l'indipendenza dal Brasile.
1838-41 Capeggia la guerriglia di terra contro i brasiliani, sempre al servizio della repubblica del Rio Grande.
1841-48 Combatte per terra e per mare al servizio dell'Uruguay aggredito dall'Argentina.
1848 Ritorna in Italia e partecipa alla I Guerra d'Indipendenza; combatte gli austriaci al servizio del governo provvisorio di Milano.
1849 Combatte con i suoi volontari per la difesa della Repubblica Romana, proclamata dopo la fuga di papa Pio IX.
1859 Partecipa alla Guerra d'Indipendenza. Generale dell'esercito piemontese, è al comando dei volontari inquadrati come Cacciatori delle Alpi.
1860 Guida la Spedizione dei Mille che conquista il Regno delle Due Sicilie. Le sue vittorie consentiranno a Vittorio Emanuele II di diventare il primo re d'Italia nel 1861.
1862 Cerca di liberare Roma con un gruppo di volontari ma sull'Aspromonte è fermato dall'esercito italiano e ferito.
1866 Partecipa alla III Guerra d'Indipendenza; guida il suo corpo di volontari alla vittoria di Bezzecca, unico successo militare italiano.
1870-71 Partecipa alla guerra francoprussiana in favore della Francia repubblicana e guida le truppe volontarie nella Campagna dei Vosgi.
1882 Muore a Caprera il 2 giugno.