
di Maria Sabina Perfetto •
Il muro di Berlino fu abbattuto il 9 novembre 1989 dal popolo tedesco dopo che, per circa 28 anni, aveva rappresentato non solo la divisione forzata di quel popolo ma anche la contrapposizione di due Stati, l’America e l’Unione Sovietica, che da anni combattevano tra loro una guerra silenziosa e non certo priva di sorprese. Così cadde il muro, preso a morsi in una notte, da una popolazione carica di rabbia per il sopruso subito e gioia per la ritrovata unione.
Il muro che divideva Berlino è di certo il muro ancora oggi più famoso al mondo anche perché la sua demolizione ha rappresentato la fine di un’epoca.
Alcuni muri sono diventati celebri per l'impatto che hanno avuto sulla storia dei popoli, sul contesto socio-politico o anche solo sulla configurazione ambientale dei luoghi in cui sono stati innalzati. Si tratta di solito di muri "forzati", eretti per separare, delimitare e quindi escludere. Infatti la maggior parte dei muri sono stati costruiti e sono ancora edificati per dividere i popoli o per impedire l’immigrazione clandestina.
Forse non tutti sono a conoscenza che nel XXI secolo, tempo di assoluta modernità, tempo dove la libertà corre attraverso un cavo ed è in grado di creare condivisioni da un capo all’altro del pianeta, esistono ancora muri che dividono e limitano la libertà dei popoli. E non mi riferisco solo alla libertà di movimento.
Ma cosa significa per un popolo la consapevolezza concretizzata attraverso una parete di cemento piuttosto che da del filo spinato, di non poter varcare un confine, magari nel suo stesso territorio?
Non solo: perché le persone che si ritengono “indesiderate” non devono assolutamente entrare nella nazione? Da dove nasce tanta diffidenza?
Ufficialmente il muro, ancora in costruzione, che in Cisgiordania continua a perpetuare l’occupazione israeliana in terra palestinese, simbolo di una lotta storica che non conosce ragioni di pace, serve a tenere lontani i kamikaze. Per gli israeliani è dunque una barriera di sicurezza. Per i palestinesi è invece il muro della vergogna. La barriera, infatti, ingloba la maggior parte delle colonie israeliane e la quasi totalità dei pozzi.
Un muro non basta per risolvere il conflitto, non è la chiave giusta.
E’ solo il mezzo per chiudere in un reticolato un popolo e impedirne il suo sano sviluppo. Un muro è perdita della libertà di movimento, è la privazione all’accesso alle terre coltivate da parte degli agricoltori, è il sentimento d'imprigionamento.
Nulla si dice del Muro del Marocco che perpetua l'occupazione marocchina del Sahara occidentale da 20 anni. Questo muro, minato dall'inizio alla fine, vigilato da migliaia di soldati, è 60 volte più lungo del Muro di Berlino.
Poco si parla del muro che gli Stati Uniti stanno innalzando sulla frontiera messicana, a Tijuana, per dividere il Messico dalla California.
Una barriera di acciaio lunga ventidue chilometri circa, dotata di telecamere a infrarossi, sismografi che rilevano il movimento dei corpi umani, torri di osservazione, filo spinato e potenti riflettori.
La motivazione? Arginare il flusso degli immigrati messicani.
Il risultato? Spostare il flusso dell’immigrazione verso altre zone molto più pericolose, come il deserto dell’Arizona. Per tale ragione decine di messicani ogni giorno rischiano la morte per disidratazione o per annegamento nel Rio Grande.
Di cosa hanno paura gli americani? In fin dei conti nessuno dei tanti immigrati messicani negli Stati Uniti ha mai compiuto attentati suicidi in ristoranti, alberghi o autobus.
Fra Nord e Sud Corea c’è un muro che equivale a una linea di demarcazione, sorvegliato giorno e notte. Da cosa devono essere protetti gli abitanti di questi stati che si definiscono un popolo unico?
E la frontiera coperta da filo spinato a Huda Digambapur, in India, a 170 chilometri a nord di Calcutta? La barriera che divide India e Bangladesh è pattugliata da guardie: ogni anno, per gli incidenti nelle vicinanze, muoiono in media 200 persone.
Un muro alto tre metri e completamente elettrificato divide gli abitanti del Botswana dallo Zimbabwe. Ufficialmente è stato costruito per impedire agli animali selvatici di passare da un paese all’altro ed evitare una più ampia diffusione dell’afta epizootica (malattia infettiva dei ruminanti e dei suini). Ma in realtà, anche qui, si vogliono tenere lontani gli immigrati clandestini.
Le autorità di Rio de Janeiro hanno deciso di combattere l'espansione delle favelas con i muri di cemento armato, costruendo undici chilometri di muro intorno a 19 comunità. Secondo il Governo il muro servirà a preservare la natura, giacché molte favelas sorgono a ridosso di aree verdi. Ma molti sono convinti che si tratti di una misura discriminatoria e che il muro sia un simbolo della divisione sociale del paese. La favela è vista come fabbrica di aggressività. Ma non è con la costruzione di un muro che si argina la violenza.
Anche in Europa ci sono delle separazioni.
Cipro è un’isola divisa in due. La parte greca e quella turca sono separate da un muro che attraversa anche la capitale Nicosia e in certi punti divide interi tratti di strada.
Un muro di “sicurezza” divide l’Irlanda del Nord (che appartiene dalla Gran Bretagna), dalla Repubblica d’Irlanda. Cattolici divisi dai protestanti. Eppure ne era stato promesso dalle autorità l’abbattimento. Perché esiste ancora? In Irlanda del Nord (e non solo a Belfast) molti muri separano i due credi. Per impedire violenze interi quartieri di Belfast sono stati sfigurati e divisi, case rase al suolo e abitanti spostati da un’altra parte. E crescono: ne sorgono di nuovi, o sono allungati di qualche metro quelli già esistenti.
Anche i tranquilli olandesi hanno costruito un muro intorno al porto di Hoek van Holland per impedire agli immigrati clandestini di andare via dal porto.
Gli spagnoli hanno eretto a Ceuta, al confine con il Marocco, un reticolato di ferro spinato elettrificato, sorvegliato continuamente da soldati armati, con lo scopo di tenere lontani i clandestini marocchini. La via Ceuta - Melilla è diventata la più battuta ultimamente dalle migliaia di persone provenienti dal Marocco e dall’Africa sub-sahariana che arrivano sulla costa nel tentativo di raggiungere l’Europa e di sfuggire alla fame e alle guerre che affliggono il continente africano.
La soluzione sembra proprio quella di arginare il flusso illegale attraverso un sistema quanto mai scontato. Ma nessuna persona è illegale, soprattutto se è la forza della disperazione a spingerla in altri territori, per non morire di fame e cercare di vivere un po’ meglio.
La consapevolezza della miseria umana non deve spingere a chiudere fisicamente ciascuno nel proprio microcosmo.
Perché allora ci sono nazioni che continuano a costruire muri di separazione e per i quali i governi non rendono conto a nessuno, tanto meno ai propri cittadini?
Sarà per i muri dell'incomprensibilità che i grandi mezzi di comunicazione innalzano ogni giorno?