di Daniela Romano •
Qual è il limite tra informare e spettacolarizzare un dramma umano? Difficile da dirsi. Il dibattito vede coinvolti esperti di comunicazioni, sociologi, psicologi e mondo cattolico. Il dolore sembra essere al centro dei palinsesti televisivi e sulle prime pagine dei giornali. Si parla di vite stroncate da malattie, di persone scomparse, e ancora di morte premature e omicidi. Tante le tragedie portate in tv, poste sotto ai riflettori e al giudizio dell’opinione pubblica. Non ultimo il caso di Avetrana, che ha coinvolto tutti gli italiani, divenuti nei mesi non solo spettatori di un delitto, ma anche giudici e vittime. La notizia della morte della piccola Sarah Scazzi, è arrivata in diretta Tv in un programma televisivo. E così il dolore di una normale famiglia pugliese diventa un “prodotto” televisivo su cui lavorare per far salire lo share. Così fu anche per il caso di Cogne, e così lo è stato la scorsa domenica con il ritorno in tv di un Francesco Nuti in condizioni di salute che hanno toccato molti spettatori. E mentre tutto questo viene definito da molti, una vera e propri speculazione sulla sofferenza, per altri è semplice informazione, volta a far conoscere verità nascoste. E’ chiaro che lo schieramento diventa ben chiaro se si tengono conto delle professionalità che vengono chiamate a giudicare, ma è anche vero che probabilmente il limite, il rispetto della dignità altrui, inizia e finisce laddove le persone chiamate in causa si sentono “violentate” e non preservate. Probabilmente il discorso verte non su quale sia il grado di dolore o di sofferenza da poter proiettare in tv, quanto il modo e i tempi su come lo si fa. Il primo piano di Francesco Nuti, con la bava alla bocca, immobile, con occhi spalancati è una realtà che bisogna far conoscere, ma omettendo particolari, come urla e primi piani accentuati che possono indurre lo spettatore a pensare ad un processo di spettacolarizzazione. Come sempre nel mondo dei media ciò che va analizzato non è solo il messaggio che viene inviato ma le modalità con cui viene costruito. Non si può condannare una trasmissione per essersi trovata in diretta mentre si conosceva il nome di un assassino, ma lo si può condannare per aver posto l’accento su particolari troppo toccanti. I media hanno il potere di rendere un fatto, una notizia, di muovere e gestire l’attenzione dell’opinione pubblica. Questo significa che svolgono una funzione di catalizzatore dell’interesse di esperti, e di “stimolatori” nella ricerca della verità. In un mondo dove i media sono interattivi, dove si è ormai sviluppata la consapevolezza che gli spettatori sono persone intelligenti, ciò che va cambiato e il modo in cui giornalisti e tecnici portano in onda il dolore. Quando arriva un attacco su una trasmissione non è per finto moralismo, ma semplicemente perché qualcosa ha toccato e troppo chi era dall’altra parte della tv. Solo questo. Il disagio, il dolore, la morte va raccontato come la guerra e il terremoto, perché è parte della vita, e perché raccontarlo e condividerlo serve ad “esorcizzarlo”. Ciò che emerge è dunque il bisogno di una maggiore presa di coscienza su come trattare e come accogliere un messaggio di dolore.