
di Maria Sabina Perfetto •
Non è facile per noi occidentali comprendere le dinamiche culturali, sociali o religiose che spingono un uomo a diventare uno strumento di morte. E ancora più difficile diventa la comprensione quando, a compiere tali azioni, sono le donne, preposte a dare la vita. Gli scenari e le motivazioni che conducono a questo gesto di inaudita violenza sono diversi. Ma il fine è lo stesso. Provocare morti su morti e sconvolgere l'opinione pubblica.
Nel mondo del fanatismo islamico l’esperienza delle donne kamikaze è recente e, per molti aspetti, ''rivoluzionaria''. Per la prima volta, infatti, alle donne sono stati affidati compiti e ruoli che, fino a poco tempo prima, appartenevano, in modo esclusivo, agli uomini.
Ma chi sono queste donne che si imbottiscono di tritolo e si fanno saltare in aria, portando con se vittime innocenti?
La spiegazione non basa le sue radici esclusivamente nel fanatismo religioso. In alcuni casi il desiderio del martirio nasce dall’incapacità di queste donne nel trovare una soluzione alla propria vita. L'unico mezzo, forse l'ultimo, per orientarla è quello di porre fine alla vita terrena. Queste donne si immolano per diventare eroine dei loro popoli, o perché hanno subito l’onta dello stupro, perché sono rimaste vedove, orfane, per vendicare i loro padri, mariti, fratelli, morti in guerra.
La cultura del martirio e del sacrificio non è una questione d'ignoranza. Siamo di fronte a una realtà culturale che pone, prima della vita, la lotta per un ideale e ad una religione che sdogana il suicidio dall’aura di tabù a cui il cristianesimo l’ha relegato. La morte ha più valore della vita e nel confronto tra la povertà della vita terrena e la grandezza della vita eterna quest'ultima ne esce di gran lunga vittoriosa.
Per tale ragione il valore propagandistico che assume l’atto del kamikaze è assolutamente impareggiabile. È un messaggio al proprio popolo: la causa per cui si combatte è più forte di tutto, anche della propria vita. Ma è un messaggio, ancora più forte e drammatico, agli altri popoli: "noi superiamo quello che per voi è il valore fondamentale: l’esistenza".
Il martirio non è dunque un fatto privato ma pubblico: è la difesa di un sogno collettivo, della speranza di un popolo.
Nei paesi islamici la parola shahid, martire, ha una connotazione unanimemente positiva. Pare che una delle massime gratificazioni per una donna islamica sia diventare madre di uno shahid. Nei campus universitari di Gerusalemme studentesse colte e di buona famiglia affermano di essere pronte a morire e si dichiarano orgogliose di coloro che lo hanno già fatto. Nei territori palestinesi vengono diffusi opuscoli con l’obiettivo di arruolare le suicide. Ragazze appena adolescenti si dichiarano pronte a morire approvate in pieno, come in un desiderio delirante, dalla famiglia.
Le donne, nella mentalità islamica, sono circoscritte e ghettizzate. Le missioni suicide creano un valore di redenzione. E’ così che le donne kamikaze diventano icone di un movimento sociale di matrice quasi “femminista”. Chi addestra le kamikaze sfrutta le frustrazioni e la vulnerabilità della condizione femminile e avvalora la tesi che il martirio conduce, in qualche maniera, alla liberazione della donna musulmana. La donna kamikaze diventerà un idolo, un eroe popolare capace di incutere timore con il suo solo nome. Non sarà dimenticata e servirà da esempio per altre donne come lei.
Ma il fenomeno delle guerriere suicide non è limitato al conflitto tra israeliani e palestinesi. Cecenia, Sri Lanka e Kurdistan sono altri teatri di morte anche se meno citati nelle cronache.
In Cecenia le due parti in conflitto sono l’esercito russo, (che si è reso colpevole di atrocità di ogni genere nei confronti della popolazione cecena), e gli estremisti islamici, che si avvalgono di un esercito di kamikaze. Il motivo di fondo di questa guerra sanguinosa è il petrolio, ossia il controllo dell’oleodotto che attraversa la regione. Della causa cecena non si è parlato molto fino alla sera del 23 ottobre 2002, data della tragica presa del teatro Dubrovka, a Mosca, ad opera di un commando ceceno che si definiva smertniki (“squadra di morte suicida”). Il commando era composto anche da sei donne. Alcune di loro erano incinte. Tutte avevano alle spalle storie di famiglie decimate dai russi. È così che il mondo prese consapevolezza dell’esistenza di quelle che sono state denominate “vedove nere”. Per queste donne il fanatismo religioso c'entra poco. Le testimonianze che arrivano da questa terra travagliata parlano di torture, sparizioni, stupri compiuti da parte di soldati russi e dei mercenari. Pare che proprio lo stupro costituisca una buona motivazione per l’azione delle donne kamikaze cecene. La loro cultura enfatizza il valore della verginità e della purezza, nel senso di non contaminazione. Lo stupro rappresenta allora l’estrema perdita della purezza, la contaminazione da parte dell’estraneo. Il corpo violato ed offeso della donna non ha più alcun tipo di valore sociale. L’unico modo per vendicare la violenza subita e, in un certo senso, per purificarsi, è morire trascinando con sé il nemico, colpendolo negli affetti. A spingere queste donne alla missione suicida non è, a ben vedere, solo l’odio e non è solo il fondamentalismo religioso. A forgiare la loro etica della scelta, anche della scelta estrema, è una sorta di codice d’onore che, una volta violato, decide della vita e della morte sociale. La scelta di tante giovani cecene di farsi shahidki («donne martire»), come le chiamano i russi, nasce dalla loro storia personale: da una tragedia o da una vita infelice. Sono donne la cui vita è stata distrutta, che credono di non avere futuro. Queste donne non vanno a morire per dimostrare devozione ad Allah. Non è una scelta autonoma. La mano di un uomo ha deciso per loro.