L'Italia: un Paese verso la povertà

di Daniela Romano •

Ormai da anni si è tornati a parlare di povertà. In Italia la crisi economica ha messo a dura prova più della metà delle famiglie italiane. In realtà il fenomeno della “povertà” è in stallo da decenni.  Povero è, ancora oggi, il 13% della popolazione italiana, costretto a sopravvivere con meno di metà del reddito medio italiano, ossia con meno di 500-600 euro al mese. Accanto ai poveri, poi, ci sono i "quasi poveri", ossia persone che sono al di sopra della soglia di povertà per una somma esigua, che va dai 10 ai 50 euro al mese: con riferimento all'Europa, l'Italia presenta una delle più alte percentuali di popolazione a rischio povertà. Nel nostro Paese risulta povero il 30,2% delle famiglie con 3 o più figli, e il 48,9% di queste famiglie vive nel Mezzogiorno . Si tratta di percentuali molto elevate: avere più figli in Italia comporta un maggiore rischio di povertà, con una penalizzazione non solo per i genitori che si assumono questa responsabilità ma soprattutto per i figli, costretti a una crescita con meno opportunità. Eppure in altri Stati non accade questo. Ad esempio, in Norvegia non solo c'è un tasso di povertà notevolmente inferiore, ma anche una relazione esattamente opposta, ovvero più bambini si hanno più basso è il tasso di povertà. In questo caso sembra assurdo quanto in Italia  le politiche sociali non operino per incentivare l’allargamento delle famiglie, nonché il tasso di natalità. I trasferimenti sociali, nonché i fondi che lo Stato mette a disposizione per la protezione civile, in Italia hanno il minor impatto nel ridurre la povertà: abbattono la quantità di popolazione povera solo di 4 punti percentuali. Per esempio, Svezia, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Germania e Irlanda riescono a ridurre del 50% il rischio di povertà. É chiaro che il tasso di disoccupazione è il fattore che maggiormente incide sulla povertà, oltre allo scarso investimento delle istituzioni. Una situazione occupazionale particolarmente critica si registra per le coppie con figli: da un lato, diminuiscono di 95 mila quelle con almeno un occupato; dall'altro, aumentano di 41 mila quelle senza occupati e con almeno un disoccupato. Se le famiglie italiane hanno, in media, un reddito in linea con quello medio europeo, il nostro però è uno dei paesi con la maggiore diffusione di situazioni di reddito relativamente basso: una persona su Grecia, Romania, Regno Unito e nei paesi baltici. Il rischio di vulnerabilità riguarda, invece, soltanto una persona su dieci nei paesi scandinavi, nei Paesi Bassi, nella Repubblica Ceca e in Slovacchia.  Come molti ormai sanno, la povertà è definibile in termini assoluti o relativi. Nel primo caso la povertà è considerata rispetto al reddito medio, nel secondo caso è comparata ad un insieme di beni e servizi considerati necessari in un certo paese e per un determinato modello familiare. È chiaro che messa in questi termini, nel nostro Paese sembra in crescita sia la povertà assoluta che quella relativa.  Le famiglie di cui la spesa mensile procapite è inferiore o uguale alla  Soglia convenzionale di povertà, (considerata annualmente in base al valore monetaria di quei beni o servizi considerati essenziali), vengono considerate in povertà assoluta. A soffrire maggiormente la povertà relativa, sono invece  giovani, dovuto ad una mancanza di opportunità- possibilità, che crea esclusione sociale. Oltre ai giovani ad essere maggiormente vulnerabili al tasso di povertà sono le donne. E questo avviene soprattutto per ragioni sociologiche ampiamente studiate. In primo luogo, l’Italia, ma anche la Spagna e la Germania, non sono ancora molto predisposte al totale inserimento delle donne nel mercato del lavoro: le donne sono gravate infatti da tassi di disoccupazione più alti rispetto agli uomini. Laddove trovano lavori hanno un reddito più basso e spesso i loro impegni non possono sempre essere full-time. La conciliazione familiare resta infatti un nodo irrisolto delle politiche sociali. Affidare i propri figli ad un asilo nido, presuppone una spesa economica insostenibile per molti nuclei familiari, soprattutto quelli che non vedono la presenza di un padre, ma solo di una giovane madre. Se a ciò si aggiunge il fatto che l’Italia è il Paese che ha più tasse da pagare, la situazione diventa drammatica. La differenza è percepibile soprattutto se confrontato con  Francia e Germania. Infatti il tasso delle aliquota risulta in Italia tra le più alte di Europa. Da sottolineare una peculiarità tutta italiana ossia la distribuzione disomogenea sul territorio delle situazioni di basso reddito. Il rischio di vulnerabilità economica a causa di un reddito insufficiente è particolarmente elevato nelle regioni meridionali. Dal 2007, sono esposte al rischio meno di otto persone su cento nel Nord-Est, poco più di dieci nel Nord-Ovest e nel Centro e circa una su tre nel Mezzogiorno. Al Sud, infatti, rispetto al 2007, le famiglie con almeno un occupato diminuiscono di 45 mila e quelle senza occupati e con almeno un disoccupato aumentano di 32 mila. Sempre nelle regioni meridionali, 358 mila famiglie, circa un milione di persone, vivono con un solo reddito proveniente da un'occupazione a termine o da una collaborazione. Confrontando i diversi tipi di famiglia, il rischio di vulnerabilita' economica cresce con il numero di figli, soprattutto se minorenni e in presenza di un solo genitore. A questo punto ad essere imputate non sono le politiche familiari, o la gestione economica interna alle famiglie, quanto l’intervento dello Stato e delle Pubbliche Amministrazioni nel sostentamento di chi si classifica ai limiti della soglia di povertà. L’entrata dell’Italia nell’Unione Europea, nonostante abbia acceso speranze e spinto i nostri governi, centrali e locali, alla progettazione di nuovi piani finanziari, per ora ha portato a ben poco di concreto.

 

16 Giugno 2009

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