L'omosessualità: un problema di comunicazione?

di Daniela Romano ·

 

Con l’avvento delle nuove tecnologie, e lo sviluppo di conoscenze e competenze,  gli italiani comunicano attraverso i più disparati strumenti, divenendo ben presto schiavi  della comunicazione. Dalla comunicazione tradizionale, a quella digitale e virtuale, attraverso la rete e i social network. Ma mentre si approfondiscono nuove modalità comunicative, si dimenticano quelle tradizionali, fatte di dialogo e confronto face to face. Questo avviene tra la gente comune seduta al bar, o in televisione tra conduttori e ospiti. Se poi ad una difficoltà relazionale si aggiunge  una questione delicata come l’omofobia, allora tutto assume i caratteri  di una rissa popolare. Questo è quanto è accaduto negli ultimi mesi in programmi televisivi piuttosto che tra le pagine di giornali. Protagonisti indiscussi di un racconto dai vecchi colori di una tradizione ormai superata sono  giornalisti, conduttori,cattolici e  politici. L’oggetto in questione: la libertà di essere e vivere da omosessuali. Una realtà quella degli omosessuali che diventa sempre più trasparente, concreta ma che agli occhi di molti italiani resta ancora qualcosa da celare dietro un pietoso perbenismo. E così il limite tra il non condividere e il non rispettare diventa qualcosa di impercettibile. Ed ecco i numerosi casi di violenza, pestaggio ed esclusione sociale a danno di chi ha deciso di non nascondere la propria identità. Episodi di omofobia registrati a Roma, Milano, Napoli, e stranamente in tutte grandi città che vantano di essere metropoli ma che dimenticano la tolleranza e l’integrazione sociale. E poi c’è la Chiesa, la Politica e le Istituzioni. Troppe voci, troppe opinioni su un problema sociale che va superato con i fatti e non con le parole. Se la proposta di legge che prevedeva l’inasprimento delle pene per chiunque commettesse atti di razzismo e omofobia proposto dalla deputata Anna Paoloa Concia,  è stata inutile, cosa può aiutare ad educare il nostro Paese ad un a più civile convivenza con gli omosessuali?.  La Chiesa in questo sicuro non è d’aiuto. Chiara infatti la posizione cattolica sottolineata dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, “ La Chiesa ritiene che la sessualità sia l’incontro tra persone di sesso diverso in un contesto stabile e fecondo. Si può non condividere questa lettura del dato antropologico, ma la Chiesa non può venire meno a questo che è un dato non solo religioso o culturale, ma profondamente naturale, e che essa propone a tutti senza discriminare nessuno”. Un’affermazione che apre nuovi dibattiti su cosa sia naturale e cosa innaturale. Ma chi decide cosa è normale e naturale e cosa non lo sia? La Chiesa con i suoi principi e i suoi tabù certamente non può condividere ma accettare e soprattutto sostenere la libertà di amarsi probabilmente sì. Anche i media hanno una loro importante funzione sociale nella missione educativa degli italiani; ma mandare una in onda su Canale 5 in un programma domenicale frasi del tipo “Del vostro orgoglio da deretano non mi interessa”, oppure  “ lei è un sodomita e sostenitore di coppie sodomitiche” rivolte da Maurizio Ruggero, presidente dell'Ass. Sacrum Romanum Imperium al giornalista Alessandro Cecchi Paone, è l’esempio eclatante di quanto l’Italia non sia pronta al dialogo civile su questo tema complesso, e soprattutto quanto l’avversione  verso l’omosessualità prima di essere frutto di una cultura bigotta, sia anche legato ad un problema di comunicazione. Mi spiego. La manifestazione di propri ideali, di pensieri, valori e modi d’essere deve essere sostenuta da una buona capacità comunicativa, che sia efficace, rispettosa, e soprattutto debba avere una forte valenza sociale. Se le due parti che si confrontano, in questo caso gli omosessuali, da un lato, e la società dall’altro, scelgono la via della provocazione, della manifestazione, e lo spirito del bastian contrario, il dialogo diventa da subito scontro. Gli omosessuali vogliono la trasparenza e la libertà, e sembrano volerla da subito. Dall’altra parte la società, che comprende quanto tutto stia cambiando ma non riesce ancora a metabolizzare tale trasformazione. Da qui nascono le incomprensioni, e la volontà di imporre le proprie idee, in ogni modo possibile,valicando ogni limite razionale ed irrazionale. Basterebbe forse capire che una comunicazione fatta di confronto, di valutazione di esigenze di entrambi le parti, potrebbe portare a risultati sicuramente più rapidi. Ogni mutamento, ogni evoluzione sociale, o culturale ha bisogno dei suoi tempi. C’è da chiedersi dunque se il problema dell’omofobia non sia da ricercare nel mancato  rispetto di tempi e ritmi sociali del nostro Paese, e nella scelta di modalità comunicative troppo forti? L’atteggiamento provocatorio di molti gay che si vedono passeggiare tra la gente, sembra istigare chi è dall’altro lato, chi osserva con occhio stranito. E questo non sempre perché dall’altra parte c’è intolleranza ma perché c’è incomprensione per un atto manifesto che appare troppo forte, che si vuol accettare ma che per ora è troppo forte da guardare. E così si applica la linea dura, senza pensare che se i gay rinunciassero per il momento ad azioni forti, e la società scegliesse di comunicare in modo pacifico, tutto sembrerebbe più realizzabile. A cosa serve che i media mandino in onda il teatrino degli insulti, che la stampa decida di far diventare un caso le scelte sessuali di un direttore di giornale, o che il mondo politico passi il tempo a parlare di gay ? Non serve a nulla, solo ad inasprire gli animi. La politica degli eccessi non porta mai a buoni frutti.  Tempo e buon senso sono forse la vera soluzione.

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