Pirati: briganti o moderni paladini?

di Maria Sabina Perfetto •


Nell’immaginario collettivo il pirata è un ladro selvaggio e senza scrupoli,  ambiguo ma non certo privo di fascino, che a bordo del suo veliero percorre i mari alla ricerca di ricche navi da saccheggiare. Questa rappresentazione venne creata da Governo Britannico nell’età d’oro della pirateria, tra il 1659 e il 1730, anche se molte persone la ritenevano non veritiera. All’epoca, diventare mercante o marinaio significava lavorare a tutte le ore e con molta fatica su una nave sovraccarica e senza cibo, sotto il regime dittatoriale del capitano subendo soprusi e ingiustizie e spesso anche senza ricevere la paga.
I pirati si sono ribellati a questo sistema, andando contro i loro capitani-tiranni, inventando un modo diverso di lavorare sui mari. Non appena riuscivano ad avere una barca, eleggevano il loro capitano ma prendevano tutte le decisioni collettivamente, dividendo il bottino equamente. Molti dunque finivano per diventare pirati per vivere. Spesso prendevano con loro schiavi africani fuggitivi convivendoci senza alcuna forma di razzismo e trattandoli da eguali. I pirati hanno dimostrato seppur in modo sovversivo che le navi non dovevano necessariamente essere condotte con i modi brutali e oppressivi utilizzati dal servizio mercantile e dalla flotta britannica. Ecco perché erano popolari, nonostante fossero dei furfanti.  
Il fenomeno della pirateria è antichissimo. Vi sono esempi di pirati nel mondo classico tra i Greci e i Romani. Gli Etruschi avevano la fama di pirati efferati, nel Medioevo i più terribili erano i vichinghi e i danesi, nel Rinascimento i saraceni.
Eppure chi  avrebbe immaginato che, nel 2009, i governi mondiali avrebbero dichiarato una nuova Guerra ai Pirati?
Ma i pirati di oggi chi sono? Perché la maggior parte di essi provengono dalla Somalia? E perché secondo una recente indagine il 70% della popolazione somala crede che “la pirateria è una forma di difesa nazionale delle acque territoriali del paese”? Durante la guerra rivoluzionaria in America, George Washington e i padri fondatori americani pagarono i pirati affinché proteggessero le acque territoriali americane perché non avevano una loro marina o una guardia costiera. La maggior parte degli americani li sosteneva. Potrebbe essere la stessa cosa oggi?
La Somalia è uno dei paesi più poveri al mondo. Nel 1991 il suo Governo, già corrotto, è crollato. Da quel momento nessuno ha controllato le sue acque territoriali che così sono state prese di mira e invase fin sotto costa dai pescherecci e dai rifiuti dei paesi industrializzati. La Somalia è diventata così la destinazione preferita dei paesi occidentali per lo scarico della spazzatura tossico-nociva facendola diventare una discarica. Un immondezzaio internazionale. Privo di gestione e protezione  il popolo somalo ha visto versare in mare uranio, rifiuti radioattivi, piombo, cadmio, mercurio e rifiuti chimici delle grandi nazioni e depredare le risorse ittiche delle sue acque da oscuri pescherecci internazionali.
I villaggi dei pescatori somali, privati della loro maggior fonte di sostentamento, si sono ritrovati pure con mare e acque inquinate dal peggior cocktail di rifiuti industriali del mondo. E non solo. Come ovvia conseguenza di questo crimine migliaia di abitanti delle coste somale oggi muoiono e soffrono di malattie da contaminanti che in teoria nel paese non esistono nemmeno; il paese non è industrializzato ma subisce i danni delle malattie dell'inquinamento industriale. Malattie là sconosciute e incurabili, data la condizione del paese. Nessuno nella “comunità mondiale” ha mai pensato di soccorrere quelle persone e nemmeno di proteggere le coste somale dagli avvoltoi stranieri, si usa il pugno di ferro contro il sintomo, la pirateria, mentre si è complici del diffondersi del danno ecologico, ambientale, sanitario. Nessuna voce internazionale si è alzata per proteggere la popolazione somala dai danni provocati da questo abuso selvaggio.
E’’ forse questo il contesto da cui emergono gli uomini che noi ora chiamiamo “pirati”? Molti sono concordi nell’affermare che essi erano dei normali pescatori somali che si  sono mobilitati, insieme con le milizie di strada, per andare nelle acque occidentali e scoraggiare, a chiunque, il passaggio nelle loro acque territoriali al fine di evitare la completa distruzione della vita acquatica. “Noi non ci consideriamo banditi del mare. Noi consideriamo banditi del mare quelli che pescano illegalmente nel nostro territorio”. I pirati godono del massiccio sostegno della popolazione locale proprio per questa ragione. Perché non sono rimasti sulla riva della loro costa a guardare passivamente come le altre nazioni rubavano la loro fonte di sostentamento e avvelenavano le loro acque. Questo naturalmente non giustifica la violenza e la cattura di prigionieri. Ma nella realtà i pirati somali non uccidono, non praticano violenza gratuita, non diffondono video di prigionieri decapitati e in genere trattano abbastanza bene i marinai catturati nei lunghi mesi di prigionia. Nessun fanatismo, solo una difesa alternativa, per molti da condannare, ma per loro forse l'unica praticabile.
Secondo i leader somali i  pirati "sono stati l’unico deterrente che avevamo per evitare un disastro ambientale imposto dall’esterno. Nessuno ci può dire che alcune delle navi che sono state sequestrate non fossero coinvolte in attività illegali nelle nostre acque".
La storia della guerra ai pirati del 2009 è stata riassunta nel modo migliore da un altro pirata, che è vissuto e morto nel IV secolo avanti cristo. Egli era stato catturato e portato davanti ad Alessandro Magno, il quale voleva sapere “a cosa mirasse prendendo possesso del mare”. Il pirata sorrise e rispose: “A ciò a cui miri tu impadronendoti di tutta la terra; ma io, che lo faccio con una barca insignificante, vengo chiamato ladro mentre tu, che lo fai con una grande flotta, vieni chiamato imperatore”
I leader somali  lo sostengono da tempo: ridateci il nostro mare e il nostro pesce, lasciateci formare un governo che non sia deciso altrove e la pirateria sparirà. Una voce che non viene trasmessa.  Tutto abbastanza comprensibile dunque.
Allora se veramente vogliamo occuparci della pirateria, dobbiamo arrestarne la causa originaria prima di condurre collettivamente crociate e spedire navi armate a scovare i “pirati del ventunesimo secolo”.

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