
di Sarah Miller •
L’azione schiacciante della vita, una pressione troppo forte per alcuni che si abbandonano alla sofferenza del passato subendo le atrocità di un incerto futuro.
TONINO, 52 anni, puglieseDa quanto tempo vivi così?Da una vita, da così tanto tempo che ho quasi completamente dimenticato la mia vita precedente.
Che cosa facevi prima?Ero panettiere e pizzaiolo. Ho sempre lavorato dignitosamente, pure se sono invalido fin da quando ero piccolo.
Come sei finito a vivere per la strada?Ho perso mia moglie e mia figlia in un incidente stradale. Dopo quest’evento la mia vita è cambiata. Non sono riuscito a gestire questo grande dolore e così ho cominciato ad avere dei guai con la giustizia. Sono stato in prigione per quattordici anni. Quando sono uscito mi è stato impossibile reinserirmi nella società. Nessuno mi ha dato una possibilità.
Hai dei fratelli, dei genitori? Si, una madre molto anziana che percepisce il minimo della pensione. Non potrebbe occuparsi di me. I miei fratelli hanno famiglia e tutti un’attività. Io sarei un peso per loro, non potrei aiutarli nel loro lavoro.
Quindi la tua non è stata una scelta ma una costrizione?La scelta l’avevo: o vivere così o andare a rubare. Tra le due ho preferito la prima. Quando fai tanti anni di carcere ti rendi conto veramente cosa vuol dire “libertà”, quella che il carcere ti toglie. Mangi, dormi, ma non sei libero. Preferisco non mangiare e dormire dove capita ma poter godere della mia libertà.
Quanta solidarietà c’è nei vostri confronti?Poca. Non c’è umanità. Eppure prima c’era. Anni fa se qualcuno ti poteva aiutare non ci pensava due volte. Lo faceva e basta. Ora è tutto cambiato. C’è diffidenza. Quando ti vedono sdraiato a terra su dei cartoni, coperto di stracci e infreddolito tirano avanti. Nessuno più si ferma. Oggi si ragiona sulla solidarietà.
Gli extracomunitari sono una minaccia?Una minaccia proprio no. Però ho l’impressione che per loro c’è più solidarietà e più attenzione che per noi italiani. Ma è un mio pensiero. D’altra parte preferisco stare sempre da solo, non mi unisco mai ad altri nelle mie stesse condizioni. Ho già difficoltà a vivere la mia sofferenza, non riesco a sostenere il peso della sofferenza altrui.
C’è qualcosa in cui credi?Ho molta fede. Mi rivolgo spesso a Dio perché so che Lui c’è e che prima o dopo si accorgerà di me. E poi sono molto devoto a Padre Pio.
L’Italia oggi com’è?Assente. Il Governo dovrebbe occuparsi anche di noi. Dovrebbe toglierci dalla strada, darci una casa e la possibilità di poter lavorare. Ormai però non chiedo più. Sono anni che sto aspettando una pensione di invalidità, con quella potrei in qualche modo ricominciare. Ma pare che io per loro non sono un cittadino. Non ho un’identità.
RASHID, 45 anni, algerinoDa quanto tempo sei in Italia?Da 17 anni. Sono venuto con la speranza di poter avere un futuro migliore. Ma non è stato così. A dire il vero sto ancora aspettando. Ho fatto molti lavori quando sono venuto, ma sempre a nero. Nessuno mi ha dato la possibilità di poter regolarizzare la mia posizione. E così un pò lavoravo e un pò no.
Che cosa facevi prima?Al mio paese lavoravo nei campi, e l’ho fatto anche quando sono venuto qua.
Come sei finito a vivere per la strada?Non lo so neanche io. So che a un certo punto non ho più avuto un lavoro e un posto dove stare e così ho cominciato a vagare. Al principio pensi che sia una situazione momentanea, che le cose si sistemeranno. Poi il tempo passa e ti accorgi che è da tanto che vivi così. Ti accorgi che ti sei abituato a vivere nel dolore.
Hai dei fratelli, dei genitori? Si al mio paese c’è tutta la mia famiglia. Non li vedo da quando sono venuto in Italia. Loro non sanno in che modo vivo e vorrei che non lo scoprissero mai. Quando capita di sentirli, molto raramente, rispondo con bugie alle loro domande.
Gli italiani sono solidali con te?Fino a qualche anno fa si. Adesso no. C’è sospetto e discriminazione, anche tra gli stessi compagni che vivono in strada come me. Non capisco questo cambiamento. Ora è diventato ancora più difficile perché prima ci si dava comunque una mano, non ti sentivi tanto solo. Adesso invece la mano non te la da più nessuno. A volte credo che la mia mente stia volando fuori dal mio corpo. Non capisco più tante cose che vorrei a tutti i costi comprendere.
C’è qualcosa in cui credi?A niente
L’Italia oggi com’è?Non è quella che sognavo. Gli italiani non sono quelli che immaginavo.
IOLANDA, 63 anni, napoletanaDa quanto tempo vivi così?Da quando avevo 36 anni. Prima avevo una vita cosiddetta “normale”. Un padre e una madre. Senza fratelli. Ma ho sempre sofferto di qualcosa che non so descrivere. Ero irrequieta e i miei genitori soffrivano molto per questo. Sono stata anche in cura in centri specializzati per le malattie mentali. Tuttavia dopo un periodo di “calma” ritornavano in me strane inquietudini. Non so dire di cosa avevo bisogno per stare bene, per non far soffrire la mia mente.
Che cosa facevi prima?Non ho mai lavorato. I miei genitori pensavano a me. Poi si sono ammalati. Prima mia madre e poi mio padre. E così se ne sono andati. A poca distanza l’uno dall’altro. Sono rimasta sola, non potevo pagare l’affitto. Per il mio stato mentale nessun parente ha mai voluto occuparsi di me. Avevano paura.
Come sei finita a vivere per la strada?Non potevo contare sull’aiuto di nessuno, e a dire il vero, io quell’aiuto neanche lo volevo. Così la mia casa è diventata la strada. Un giorno qua, un giorno là. Stranamente le mie inquietudini, i miei malesseri via via sparivano, non sentivo più quell’angoscia che provavo prima.
Quindi la tua è stata una scelta?Si, ho preferito accontentare la mia mente, piuttosto che il mio stomaco e il mio corpo. Per questo non ho mai provato a risolvere questa situazione.
Quanta solidarietà c’è nei vostri confronti?Gli italiani sono solidali. Ma li devi mettere nella condizione giusta. Certo, il più delle volte ti passano accanto e neanche ti vedono. Però devo dire che io comunque riesco ad andare avanti e a mangiare. Anche se non proprio tutti i giorni.
C’è qualcosa in cui credi?E in cosa dovrei credere? La mia unica speranza è di risvegliarmi ogni mattina. Credo solo in questo.
L’Italia oggi com’è?Da quello che sento in giro un disastro. Ogni tanto mi capita di leggere qualche giornale e quello che vedo non è per niente rassicurante. Ma non mi riguarda. Io non sento di appartenere all’Italia perché credo che lei non appartenga a me.