
di Daniela Romano •
Un colossal della rete internet finisce nell’occhio del ciclone. L’Italia non ci sta: il video che filma gesti violenza su un ragazzo down, è qualcosa di osceno. È infatti di poche ore la sentenza del tribunale di Milano che condanna per violazione della privacy tre dirigenti di Google, colpevoli di non avere impedito la messa in rete su Youtube di un video con atti di bullismo nei confronti di un ragazzo down. Dura la reazione de gli Stati Uniti: in una nota l'ambasciatore in Italia, David Thorne, sostiene: "Internet libero è un diritto umano inalienabile che va tutelato nelle società libere",- e aggiunge - “il principio fondamentale della libertà di Internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione”. Forte la presa di posizione degli amministratori americani ma anche di tanti altri che hanno espresso perplessità nei confronti di una sentenza che sembra ostacolare il diritto alla libertà nel mondo di Internet. Si accedono le polemiche e i dibattiti su cosa quale sia davvero il confine tra la libertà di espressione e il rispetto dell’altro. Nel cyberspazio, questo confine resta qualcosa di impercettibile, tanto da legittimare ogni azione, o“condivisione” semplicemente perché inserita in una realtà virtuale. Tra favorevoli e contrari ad un ad una sentenza severa, c’è soprattutto chi sostiene che la responsabilità di filtrare i contenuti di ciò che è in rete, non resta di competenza della Google.

Volendo ragionare in modo semplicistico, ammettendo che internet è un mezzo di comunicazione ( seppure di nuova generazione), come giornale, televisione o radio, perché tutelare la privacy per i contenuti pubblicati da un giornale e non per quelli pubblicati in rete? In materia di tutela e rispetto del prossimo non dovrebbe esserci alcuna differenza. D’altro canto sono molti quelli che sostengono la potenzialità della rete, che da sempre rappresenta il simbolo dell’espressione delle nuove generazioni, con i suoi pro e contro, che non sono da imputare alle società internet. C’è infatti da sottolineare che nel caso del video oggetto di scandalo, questo fu subito rimosso dal sito poco dopo la sua scoperta: immagini ritenute offensive, lesive o inappropriate vengono infatti rimosse dai siti video di Google e di YouTube direttamente dalle loro strutture preposte alla vigilanza. Ancora una volta dunque l’opinione pubblica mondiale resta perplessa di fronte alla regolamentazione della privicy in internet: un limite o una garanzia?. Forse ancora una volta ad essere interrogate non sono solo le coscienze dei grandi manager, ma dei singoli utenti e fruitori della rete. Resta il fatto che la sentenza italiana apre nuovi scenari che vedono i manager delle società internet responsabili per contenuti pubblicati da terzi. Resta da chiedersi: ma i terzi allora possono usare - abusare della rete senza nessun limite?