
di Maria Sabina Perfetto •
La Cina è il paese con il più alto numero di esecuzioni ogni anno, secondo Amnesty International, 1718 nel solo 2008, ma le cifre che filtrano non sono comparabili a quelle reali, considerate un segreto di Stato, e molto più alte di quanto s'immagini. E questo di per se è già un dato aberrante. Se poi la maggior parte dei condannati a morte viene utilizzata come pezzi di ricambio per trapianti di organi illegali, il dato diventa a dir poco inquietante.
Sono anni che il regime cinese smentisce questa pratica raccapricciante. Ma ecco, inaspettatamente, arrivare le prime ammissioni. A confessare per la prima volta l'ampiezza del fenomeno è stato lo stesso viceministro della Sanità Huang Jiefu annunciando al quotidiano China Daily che il 65% degli organi trapiantati in Cina vengono espiantati da condannati a morte, senza il loro consenso né quello dei familiari.
Il sospetto era legittimo. Dal 1999 a oggi i trapianti in questo paese sono aumentati vertiginosamente. Fatto strano per una popolazione che per cultura non ammette la sepoltura del corpo privo di organi, che, secondo le tradizioni cinesi, appartiene agli antenati e non deve essere toccato. Persino gli eunuchi della corte imperiale conservavano i loro organi amputati per essere poi seppelliti "interi".
E, per completare un quadro già criminale, viene anche fuori che la maggior parte di questi condannati espiantati sono seguaci del Falun Gong, una pratica spirituale che si basa su un sistema avanzato di coltivazione e pratica del corpo e della mente, contro il quale il regime conduce, proprio dal 1999, una spietata repressione e persecuzione, ritenendolo una minaccia alla stabilità sociale del paese. Gli adepti del Falun Gong vengono scovati nelle loro case, nei parchi, dove praticano, e rinchiusi nei penitenziari o nei campi di lavoro. Nessun praticante ha mai avuto un processo o un'accusa formale. La maggior parte di essi sono stati condannati solo per utilizzare i loro organi. Con un colpo alla nuca o un’iniezione letale. E i dottori fuori ad aspettare il corpo in ambulanza per affrettarsi a rimuovere cuore, fegato, cornee, reni. E così che il governo cinese, con il sostegno dell’Esercito di Liberazione del Popolo, ha risolto, in parte, il problema delle donazioni. E così che avvengono due operazioni di espianto su tre in Cina.
In questo contesto non ha faticato a crescere il mercato nero degli organi, che richiama anche numerosi stranieri, i cosiddetti "turisti dei trapianti". Un mercato neppure tanto oscuro: le inserzioni dei "trafficanti di organi" si trovano facilmente su internet. La cosa più sconcertante è che la maggior parte di questo mercato è gestito dallo stesso esercito per riparare ai tagli dei finanziamenti governativi degli anni ’80. Neppure la legge che dal 2007 impone che i donatori vivi siano il coniuge o un consanguineo ha fermato il mercato. I condannati a morte sono "convenienti" perché gli organi vengono estirpati gratuitamente o quasi e mantengono i prezzi dei trapianti molto bassi rispetto al mercato internazionale. Quindi non solo i condannati a morte, seppur ancora vivi, non contano nulla per la Cina, ma a quanto pare non conta neppure la sua popolazione "innocente".
Mi rendo conto che tutte le accuse sono difficili da provare considerando anche la totale mancanza di collaborazione di un governo che pone sotto Segreto di Stato tutte le crudeltà che compie e che perseguita chi testimonia l'eccidio. Ma la donazione degli organi è e resta un gesto splendido. E’ questo il suo significato. E così un argomento di tale importanza, com'è quello dei trapianti, per il quale tutti i paesi civilizzati conducono da anni campagne di sensibilizzazione, diventa per mano di un regime privo di scrupoli, materia di discussione e sdegno.
Pechino ha promesso un'inversione di rotta a questo macabro sistema. Staremo a vedere. In ogni caso questa lesione dei diritti civili non può e non deve passare inosservata agli occhi della Comunità Internazionale.
La Cina si deve impegnare a sensibilizzare la sua popolazione verso la donazione, facendo leva sulla solidarietà, sulla bontà e sulla necessità di un tale gesto, e si deve impegnare come un paese civile e non criminale usando la parola e non la pistola.