
di Maria Sabina Perfetto •
“Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”
Queste parole furono pronunciate da Iqbal Mahil, piccolo uomo sindacalista, appena dodici anni, che aveva, suo malgrado, deposto la leggerezza del fanciullo per far posto alla saggezza dell’adulto, affinché nessun bambino al mondo dovesse misurarsi mai con la durezza della realtà lavorativa ma, soprattutto, perché gli venisse riconosciuto il diritto di essere bambino. Iqbal è stato assassinato da mani di uomo che hanno serrato, per sempre, le sue parole e le sue denuncie. Dalle mani di chi invece aveva il compito di proteggere la sua infanzia e difenderne la sua integrità.
Nonostante la Convenzione 138, che fissa l’età minima lavorativa al termine della scuola dell’obbligo, sono oltre 120 milioni i bambini che nel mondo vengono sfruttati in lavori gravosi e disumani, e questo fenomeno non è circoscritto ai soli paesi poveri o in via di sviluppo ma riguarda pure nazioni industrializzate. Anche molte imprese italiane all’estero usano, senza scrupoli, manodopera minorile per lavori faticosi e sottopagati, pur di ottenere un abbattimento sui costi di produzione. Piccole e tenere mani che s’induriscono sotto il peso di una spensieratezza negata.
Non esistono purtroppo statistiche riconosciute sullo sfruttamento minorile perché c’è un muro di omertà imposto in gran parte dai datori di lavoro, che si rifiutano di ammetterne l’esistenza, ma anche da governi compiacenti che non compiono indagini e rilevazioni ufficiali. Ma nonostante la reticenza c’è la certezza, anche grazie all'Unicef e ad associazioni no profit e solidali che continuamente lanciano il loro urlo affinché l’infanzia di questi bambini non venga negata, che, a dispetto delle leggi nazionali ed internazionali, il lavoro minorile si continua a praticare nel mondo, in maniera illegale. Bambini minatori, servitori, operai costretti 15 ore al giorno a lavorare in campi infestati da pesticidi o impegnati in fabbriche a manipolare minuscoli fili metallici. Bambini ai quali viene giornalmente negato il diritto ai giochi e allo studio e che contribuiscono, con il loro flebile peso, al sostegno di famiglie emarginate e disagiate.
Certo per noi è una realtà inconcepibile, i nostri figli crescono sotto la nostra tutela e protezione, li vediamo giocare e andare a scuola, il problema ci appare lontano. Ma basta proiettare uno sguardo più attento alla realtà che ci circonda per renderci conto che ciò che filtra non è poi così tanto distante e inspiegabile come ci appare. Bimbi costretti a fare l’elemosina, a lavare vetri, a vendere prodotti in strada, per non parlare del traffico di droga e dell’orrore della prostituzione. Non sono figli nostri, ma i bambini non dovrebbero essere, sempre e comunque, figli del mondo?
Lo sfruttamento del lavoro minorile è una verità globale, collegata certo alla povertà, allo sfruttamento e all’analfabetismo, ma soprattutto connessa alla profonda indifferenza e disumanità di chi resta a guardare.